Patrizia Lombardi: una scrittura tra cronaca e narrativa

E’ un’esperienza professionale in bilico tra giornalismo e la scrittura creativa quella di Patrizia Lombardi: teramana, freelance sulle pagine del quotidiano “La Città” e sulla freepress “Il Cittadino” e vincitrice per due volte del prestigioso, e storico, Premio Teramo nella Sezione Mario Pomilio dedicata agli scrittori abruzzesi.

Come si arriva al giornalismo in una città di provincia?

Nel mio caso eravamo alla fine degli anni ’90. Praticamente un altro mondo. Seguendo le aspettative di famiglia mi ero iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza che però non era evidentemente nelle mie corde: io volevo scrivere, non mi era ben chiaro come fare di una passione un lavoro me ero sicura di voler fare quello, perseguire la strada della scrittura e nient’altro. Sono arrivata al giornalismo in modo casuale perché, partendo da una telefonata di protesta fatta alla redazione teramana de “Il Messaggero”, l’allora capo servizio Claudio Fazzi mi propose subito una collaborazione.

Com’era la Teramo giornalistica con più redazioni fisiche?

C’era molta vitalità. C’erano ancora le redazioni fisiche di quotidiani nazionali, “il Messaggero” e “Il Tempo”, oltre a quella all’epoca più nuova de “Il Centro” e solo poi è arrivata quella de “La Città”, puntata a raccontare espressamente il territorio. All’epoca, per spuntare ogni giorno le notizie, non era era possibile il confronto immediato con quanto oggi veicolano in tempo reale i siti web, le uniche armi da mettere in campo erano il telefono e la suola delle scarpe da consumare.

Ma nell’era del web è ancora indispensabile consumarle, le suole?

Assolutamente sì. Là dove sia possibile esserci fisicamente. Perché quello che intercetti stando sul posto, tra la gente, respirando direttamente fatti non ti può certo arrivare in uguale misura da una pillola di notizia presa da un sito. Per me è stato fondamentale muovermi fisicamente tra i problemi della città: dal contare le classiche buche sull’asfalto alle discariche abusive, dai problemi del commercio a quelli del traffico. E’ un modo importantissimo per raccontare l’anima della città. E farlo con costanza, ogni giorno. Alla fine diventa una missione.

E’ complicato occuparsi di cronaca bianca?

Quando ho iniziato a collaborare con “Il Messaggero” avevano bisogno di qualcuno che seguisse la politica comunale, quella fatta di Consigli comunali interminabili per l’approvazione del nuovo Prg. Quando sono entrata per la prima volta in sala consiliare non mi era neppure chiaro dove sedesse la maggioranza e dove l’opposizione. Ma in questo mestiere è necessaria tanta curiosità intrecciata a determinazione per capire, conoscere, analizzare, raccontare agli altri. Ed è un’opportunità meravigliosa che dà un mestiere di cui occorre però essere innamorati.

Sarebbe stato più affascinante occuparsi di cronaca nera?

No, non redo. Certo la cronaca nera esercita una grande presa sul lettore ma la bianca sviluppa una forza immensa. Perché nel momento in cui non c’è “materia” utile di nera, va da sé che il quotidiano la mattina successiva dovrà comunque esserci lo stesso in edicola. E non potrà uscire con le pagine bianche. Per cui occorre farsi trovare pronti interrogandosi sui temi, lavorandoci sopra e spuntando alla fine notizie dignitose.

Alla scrittura narrativa come si arriva?

Si arriva passando per la molta lettura. Occorre leggere. Quello che si ama e anche quello che si sente meno nelle corde ma serve per capire, confrontare, sperimentare. L’esperienza di scrivere un romanzo, ma anche un racconto, è totalizzante. E non è una frase fatta dire che alla fine è un po’ come un parto o come essere saliti ad un osservatorio privilegiato sul mondo. Quando capisci che qualcosa che hai scritto ha il potere di emozionare fosse anche una sola persona, beh…davvero non ha prezzo. In doppio riconoscimento al Premio Teramo è stata un’esperienza magnifica, una tensione fortissima. Ma lo è stato anche misurarsi con altre realtà nazionali ed internazionali.

Il ricordo più bello legato ad un racconto scritto?

Una ricerca su follia e superstizione, per un concorso lanciato dall’associazione culturale L’Fere. Averlo vinto e poi visto parzialmente messo in scena nella location unica del vecchio ospedale psichiatrico, con un allestimento da brividi, conserva per me un’emozione fortissima.

 

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