Il viaggio di Emanuela: una cittadina attiva e consapevole.

Emanuela Testa è una giovane studentessa del secondo anno di scienze della comunicazione. Lei ha un desiderio: essere una testimone della storia, e di conseguenza diventare una cittadina sempre più attiva e consapevole. Per questo ha deciso di salire su un autobus che prevede delle “micro-tappe” a Budapest e Cracovia, vivendo un’esperienza intensa ed indimenticabile. Di cosa si tratta? Sarà proprio lei a raccontarvelo.

Qual è stata la particolarità di questo viaggio? E come si chiama l’associazione responsabile?

Non è stato un semplice viaggio, ma un viaggio della memoria. Abbiamo percorso le nostre tappe esclusivamente in autobus per poi visitare i principali luoghi che hanno lasciato testimonianze riguardanti il periodo nazista. L’associazione si chiama Treno Della Memoria e nasce nel 2004 dalla necessità di un gruppo di ragazzi, tra i 18 e i 25 anni, di “ragionare su una vera risposta sociale e civile da dare alle guerre e ai conflitti attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva e la costruzione di un comune sentirsi cittadini europei”.

Come si è svolto il viaggio?

Il viaggio ha avuto una durata di 9 giorni, comprendendone 3 di viaggio. Siamo partiti da Bari, percorrendo 27 ore di autobus per arrivare fino a Budapest. Appena arrivati abbiamo visitato il museo dell’olocausto. In seguito abbiamo percorso quattro tappe: la prima prevedeva una visita alla grande Sinagoga di Budapest, talmente maestosa da metterti soggezione; nella seconda tappa abbiamo visitato l’Ambasciata Spagnola, un luogo particolarmente importante perché qui Giorgio Perlasca ha ospitato 2000 ebrei, salvandoli da una morte certa; nella terza tappa abbiamo visitato il parlamento di Budapest; la quarta e ultima, quella che mi ha colpita di più, è stata la tappa sulle rive del Danubio. Qui ci sono 60 paia di scarpe allineate che stanno ad indicare un memoriale in onore degli ebrei ungheresi.

 

Una volta finite queste tappe siamo partiti per Cracovia, affrontando altre 10 ore di viaggio. Al nostro arrivo ci hanno spiegato che sarebbe stata una visita teatralizzata, ma non avevamo la più pallida idea di cosa fosse. Poi, ad un tratto, ci ha fermati una donna per chiederci l’elemosina, e la cosa curiosa è stata che ce l’ha chiesto in italiano. Allora abbiamo capito: era la simulazione della condizione della città nel primo dopoguerra: gente che non aveva più una casa, che moriva di fame e di freddo. Su questa base ci è stata fatta notare la capacità di Hitler di sfruttare questo momento difficile, facendo leva sui problemi del paese, e abbiamo analizzato la sua abilità nel far credere al popolo di avere la soluzione a tutti i problemi, utilizzando un’efficace comunicazione.

Tre giorni dopo queste tappe siamo andati a vedere Auschwitz e successivamente il campo di Birkenau. La prima cosa che ho detto appena arrivata ad Auschwitz è stata “io non ci entro lì dentro”. Avevo paura di due cose in apparente contrasto tra loro: o piangere per sempre o affrontare tutto con un atteggiamento cinico, ma per autodifesa. Poi, dopo aver preso coraggio, sono entrata. Ho visto e ascoltato tutti gli orrori commessi nei campi di concentramento: è stata un’esperienza che mi rimarrà dentro. Posso dire di esserne uscita distrutta, sì, ma una cittadina più forte e consapevole.

Come pensi che andrebbe utilizzata oggi la comunicazione politica?

Hitler fece leva sul malcontento della popolazione, aizzando l’odio e la violenza. Io invece farei leva sulla libertà, l’eguaglianza e la solidarietà, per poter vivere in pace. Mi fa paura che ancora oggi sento dire “dobbiamo preservare la razza italiana”. Come affermò Antonio Gramsci: “La storia è maestra, ma non ha scolari”. I cittadini si dovrebbero scolarizzare riguardo la ciclicità della storia e stoppare quest’ultima, non continuarla, perché ripetere certi errori del passato per me vorrebbe dire andare in contro all’autodistruzione.

 La carriera universitaria ti ha permesso di sviluppare questa idea?

Ho maturato la mia idea ascoltando le lezioni e studiando materie pratiche. Fino a qualche anno fa credevo che solo chi è arrabbiato ed utilizza un tono aggressivo venisse preso in considerazione. Ad oggi posso dire che non è così. Utilizzando una comunicazione efficace si possono diffondere anche messaggi positivi, e mi piace pensare che come italiani possiamo far leva su quello che abbiamo da offrire, piuttosto che sulle cose negative.

Qual è stato lo scopo di questo viaggio secondo te?

Secondo me lo scopo del viaggio è permettere a noi ragazzi di avere una memoria che si avvicini a quella dei nostri nonni, che hanno vissuto sulla propria pelle determinate vicende, o dei nostri genitori, che sono cresciuti ascoltando delle testimonianze dirette. Per noi è molto più difficile comprendere a pieno la realtà della storia, spesso molto astratta a causa della mancanza di testimoni o testimonianze dirette.

Consiglieresti questa esperienza?

È un’esperienza che secondo me dovrebbero fare tutti almeno una volta nella vita. Avvicinarsi ai luoghi in cui sono effettivamente avvenuti i fatti relativi ad una delle più grandi stragi della storia mette molta rabbia. Ma è una rabbia positiva, che in un certo senso da speranza, spinge ad impegnarsi e a non accettare le ingiustizie che viviamo ogni giorni e a ribellarsi in modo sano. È la miccia che accende quel senso di cittadinanza che abbiamo un po’ perso negli anni. Quindi, sì, la consiglio vivamente.

 

Il viaggio di Emanuela ti ha fatto riflettere?

Leggi di Federica e della sua esperienza in India!

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