Comunicazione: una porta che vale la pena aprire.

Hai mai sentito la frase “La vita è come un corridoio pieno di porte. Non puoi aprirle tutte puoi sceglierne solo una e percorrere la sua strada.”? La ripeto ogni giorno della mia vita da quando l’ho sentita pronunciare. Potrebbe essere una frase ottima per presentarmi. Sono una studentessa in scienze della comunicazione nonché componente del Digital Team da un anno e oggi vorrei condividere in questo articolo la mia esperienza ad Unite. Giusto l’altro giorno tra una preparazione di un esame e l’altro il mio cervello mi ha ricordato che il tempo sta passando, o meglio, sta volando. Qua si ride e si scherza ma io tra un anno mi laureo e ancora me ne capacito. E ovviamente, come ogni pensiero che si rispetti, ho voluto dare uno sguardo indietro al passato. Giusto per vedere cosa è successo, cosa questa facoltà ha saputo darmi. Perché mi ha donato tanto quanto è vero che “il tempo vola quando ci si diverte”.

 

Confesso che scienze della comunicazione non era nelle mie scelte.

A 19 anni ero come un vascello senza timone in un mare di possibilità. Considerando il fatto che mi piacessero molti ambiti, inizialmente il vento mi spingeva verso il ramo scientifico. Avevo interesse per la chimica inorganica come anche un po’ per l’investigazione, ma questi interessi non riuscivano a rendermi felice. Non riuscivo a dire “Figo allora diventerò la nuova Sherlock Holmes” o “Grande da domani sarò una persona migliore: una Walter White che spaccia droghehm…volevo dire una Maria Curie del XXI° secolo”. Sapevo che dentro di me non era quello che volevo. Chi mi conosce lo sa: sono una persona che si annoia facilmente. Basta un niente, una ripetizione di azioni, un aspetto poco convincente che mi stufo subito dopo per poi andare in cerca di fare qualcos’altro di più interessante. E scienze della comunicazione, principalmente il curriculum in media e piattaforme digitali è stata la risposta. Quando ho letto il piano di studi ricordo di aver sentito un sollievo sullo stomaco e un sorriso sul mio viso. Nonostante i dubbi, le perplessità, l’incertezza dei miei genitori. Non ho voluto ascoltare altro se non il cuore, forse per la prima volta. La prima volta per me.

 

Il primo anno di università potrebbe definirsi, dopo le elementari, il primo anno in cui tutto va bene.

Dove il cominciare da capo non è un problema bensì un trampolino di lancio. Dove i posti vuoti intorno a me a lezione si sono riempiti di persone stupende e che ancora mi sono vicine. Dove ho chiuso con il passato, ha fatto male, ma è stato necessario per perseguire la libertà. Nel primo anno ero pendolare, mi piaceva viaggiare in treno, ma questo ha portato in me grandi forme di stress. Troppe cose da fare in troppo poco tempo. Se volevo passare una serata insieme agli amici dovevo chiedere a qualcuno di ospitarmi a dormire e non sempre era possibile. Quindi un po’ per recuperare le ore di sonno e un po’ per confermare quanto detto prima, ovvero, che mi annoio facilmente, ho deciso di cambiare le carte in tavola.

 

Agosto è stato il mese delle svolte. Penna in un palmo e stretta di mano nell’altro: una stanza e un lavoro si aggiungono al mio bagaglio di esperienze.

Avendo avuto casa a Teramo quest’anno ho potuto mettere in gioco le mie abilità di sopravvivenza e devo dire che nonostante il primo periodo di adattamento me la sono cavata bene. Ho potuto dire più sì per una passeggiata in centro con gli amici e più sì per me (anche perché senza una valvola di sfogo sarei impazzita ¡hasta la palestra siempre!). Per quanto riguarda il lavoro ho vinto una borsa concessa dalla fondazione dell’università in biblioteca. L’esperienza mi ha garantito nuove competenze e l’ambiente lavorativo con i colleghi è stato sereno. Come passerò il terzo anno invece? Vedremo, tutto dipende da cosa mi aspetterà e cosa la mia testa matta vorrà fare. Una di queste cose è di sicuro l’Erasmus Traineeship.
Ammetto di essere un soggetto particolare, è difficile che mi fermi perché mi piace vivere, ho 21 anni e ora posso permettermelo. L’università di Teramo mi ha dato tante possibilità che ho voluto cogliere.

 

Scienze della comunicazione è una facoltà definita inutile dagli altri solo perché gli altri non conoscono le possibilità che offre.

Anche io sono stata vittima di commenti negativi sulla mia scelta (abbiamo scritto un articolo di questo, clicca qui). Sia verbali che non verbali. Alla semplice domanda “E tu che studi?” dire “Scienze della comunicazione “ comporta una serie di atteggiamenti: chi abbassa lo sguardo, chi lascia cadere il discorso, chi “saggiamente” dice <<Eh tutti scienziati alternativi siete. Ma scienziati di cosa?>> oppure <<Ma ti da un lavoro?>> . Tutto questo semplicemente perché non si conosce. Il mondo non ha posto solo per persone con un lavoro definito. Non c’è niente di male voler diventare medico o avvocato come non c’è niente di male voler diventare comunicatore. Anche se questo ruolo è flessibile non garantisce una perdita di tempo. Chi non riesce a stare ad uno schema perché dovrebbe accettarlo? Io sono così e non me ne vergogno.

 

Scienze della comunicazione con curriculum in media e piattaforme digitali fino a ora mi ha resa molto soddisfatta.

La reputo una facoltà integrativa. Ovvero che oltre agli esami si ha la possibilità di formarsi su più fronti. Degli esempi possono essere i seminari che ogni anno l’università propone o le esperienze al di fuori dell’università come lavorare in un’agenzia di comunicazione, gestire pagine per aziende o fare il giornalista pubblicista. Insomma bisogna sapersi rimboccare le maniche! 

 

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